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La progettata fusione tra LGH ed A2A PDF  | Stampa |  E-mail


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All'interno di LGH ci sono alcuni servizi essenziali (a partire da quelli ambientali) che determinano pesantemente la qualità della vita dei cittadini e della comunità nel suo complesso. Già ora LGH, pur essendo totalmente in mano a soggetti pubblici, è gestita in base a una filosofia di fondo che privilegia nettamente il profitto, l'acquisizione di nuovi mercati ed “asset”, l'acquisizione di nuovi clienti, l'espansione nei settori già praticati rispetto ad elementi che invece un servizio pubblico dovrebbe mettere sempre al primo posto, vale a dire la qualità del servizio, l'accesso universale ai beni ed ai servizi, la trasparenza e la partecipazione non solo nei confronti dei cittadini ma persino nei confronti dei soggetti pubblici che hanno creato e posseggono - anche se indirettamente - la società. La cessione di LGH ad A2A, azienda enormemente più grande, già quotata in borsa, moltiplicherebbe per cento questi gravi difetti e renderebbe del tutto impossibile in futuro, a fronte del peggiorare delle cose, riportare nelle mani dei sindaci il controllo sulle politiche aziendali.

La formazione di enormi aggregazioni multiservizi d'altra parte contraddice alle fondamenta persino le stesse “leggi” del mercato: è evidente infatti che se il mercato si basa sulla concorrenza, la presenza di un unico operatore all'interno di un vastissimo territorio rende ridicola ogni ipotesi concorrenziale. Vi sono già ora 4 operatori di grandissime dimensioni in Italia: A2A, IREN, HERA, ACEA; tutti hanno già al proprio interno fette più o meno pesanti di privati (che dettano legge tramite i patti parasociali), molti dei quali sono banche e fondi di investimento [01QuoteAzionarie]. Questi grandi operatori storicamente si guardano bene dal farsi vicendevole concorrenza gareggiando tra loro nell'offrire servizi di migliore qualità (o almeno, ipotesi deteriore, di prezzo inferiore). Risulta molto più conveniente spartirsi da buoni amici il territorio, come dimostrano le indagini e le conseguenti sanzioni inflitte ad essi nel corso degli anni [02MultaACEA_SUEZ].

La fase storica che tutti attraversiamo peggiora le cose: infatti, a fronte di una società occidentale sempre più satura di prodotti (anche voluttuari) ed ora colpita da una crisi che rende impossibile a molte famiglie acquistare nulla oltre lo stretto necessario, i grandi investitori ormai da anni hanno abbandonato il settore della produzione di oggetti per dedicarsi a quello della fornitura di servizi, meglio se servizi essenziali (di cui nessuno può fare a meno), meglio ancora se servizi in cui il cittadino non può scegliere il gestore (come lo smaltimento rifiuti o l'acqua: chi si metterebbe due rubinetti di due ditte diverse in casa, per poter di volta in volta scegliere il più conveniente?). Ed ecco così nascere e gonfiarsi a dismisura le multiutility e i colossi internazionali fornitori di servizi. Questi soggetti, proprio grazie al loro rilevante potere economico-finanziario, alla presenza al proprio interno di soggetti finanziari di grande peso, all'enorme influenza politica (in senso deteriore) che possono esercitare tramite i legami con i partiti che ne esprimono parte degli amministratori, sono in grado di condizionare le politiche nazionali e soprattutto internazionali, europee nella fattispecie. Da qui la pesantissima e pervicace pressione che ormai da almeno vent'anni Banca Mondiale, Comunità Europea, sistema finanziario, fondi di investimento fanno per riuscire a mettere questi beni e servizi sul mercato, togliendoli alle comunità. Sono infatti le comunità a controllare tuttora in gran parte il settore dei servizi essenziali, tramite le aziende locali, le (spesso ex-) “municipalizzate”, aziende con un forte legame territoriale (piccoli territori: quasi sempre un comune o al massimo un circondario) e soprattutto spesso ancora totalmente in mano pubblica. Questo per gli speculatori è un enorme problema in quanto i cittadini, anche quelli meno dotati di strumenti culturali, capiscono (istintivamente o perché quelle aziende sono state parte della storia stessa delle loro famiglie) che esse sono un patrimonio preziosissimo che non si debbono far sottrarre. E infatti non solo resistono, ma tentano di invertire la marcia, tornando dal privato al pubblico. Lo testimonia, numeri alla mano, lo studio scientifico redatto pochi mesi fa dallo PSIRU (un istituto di ricerca internazionale) [03Psiru]: all'anno 2014 si contano addirittura 180 casi di ritorno alla gestione idrica pubblica dopo disastrose esperienze con il privato, la maggior parte proprio negli USA, teoricamente la culla del mercato e della libertà d'impresa. Una vera emergenza, per chi vuole speculare sui beni comuni. Come reagiscono, di fronte a questi pericoli, mercato e speculazione finanziaria? La prima soluzione tentata negli anni scorsi in Italia è stata di esercitare forti pressioni sul legislatore affinché si emanassero leggi che obbligavano a privatizzare; ma si sono infrante (non a caso) contro la volontà dei cittadini espressa tramite referendum e in altri casi contro le salde mura etiche e sociali della Costituzione. Ma era già pronta (ed avviata) una seconda soluzione molto più efficace e subdola: strangolare economicamente gli enti proprietari di quelle aziende facendo in modo che siano costretti, per sopravvivere e svolgere le proprie attività fondamentali, a vendere. E se quegli enti non sono ancora ridotti alla canna del gas, gli si impedisce di utilizzare i loro stessi soldi “cementandoli” con il famoso “patto di stabilità”, una sorta di suicidio amministrativo che ormai tutti (persino quelli che l'hanno pensato, proposto e votato) rinnegano e stigmatizzano, ma che chissà come mai nessuno pensa di abrogare. Per massima sicurezza, si impedisce anche allo Stato di fare la sua parte inserendo in Costituzione la pazzia del pareggio obbligatorio di bilancio e chiudendo ogni linea di finanziamento per i servizi essenziali.
Per favorirne il furto occorre anche sottovalutare l'importanza di questi servizi, la loro redditività, il loro reale valore industriale, in modo che i cittadini (proprietari) siano più propensi a disfarsene. Ed ecco fiorire decine di articoli in cui ogni azienda pubblica (senza distinzioni) è definita un “carrozzone”, un covo di malaffare, un ente in perdita, un peso per la collettività. La realtà è che invece questi servizi sono molto appetibili, come dimostrano valutazioni indipendenti stilate da società di consulenza finanziaria. [04Martinelli]

Questo, in estrema sintesi, è quello che abbiamo oggi sotto gli occhi, portato avanti lentamente e sistematicamente da successivi provvedimenti di legge di tutti i governi negli ultimi vent'anni almeno, con una rabbiosa e devastante accelerazione negli ultimi mesi, come ben riassunto da un documento redatto dal Forum Italiano dei Movimenti Acqua [05FIMA]. La cosa che fa indignare ancora di più è che per favorire al massimo queste operazioni (di reale e barbarica spoliazione) si mettono a disposizione valanghe di soldi pubblici: la Cassa Depositi e Prestiti, che una volta prestava soldi ai comuni a tassi estremamente agevolati per costruire scuole, oggi è pronta ad agevolare questi colossi (colossi degli “amici”) con fiumi di denaro dei risparmiatori postali [06Altreconomia]. Anzi, per meglio rassicurare i mercati finanziari si privatizzano direttamente le Poste Italiane.

Questo è il quadro preoccupante in cui si inserisce il progetto di fusione tra LGH ed A2A. Ma è bene anche smontare la favola della “grande occasione” che costituirebbe vendere a questi soggetti i servizi (furono?) pubblici locali. Esaminiamo le condizioni di A2A. Nata nel 2008 (in questo caso snaturando le ex municipalizzate di Milano e Brescia) e subito quotata in borsa, ha avuto performance così entusiasmanti da veder in soli quattro anni crollare il proprio titolo sino ad un quarto del valore iniziale [07Titolo]. Negli anni recenti ha recuperato un po' di terreno, ma poco e a gran fatica: oggi il titolo arranca poco sopra l'euro [08RiassuntoTitolo]. Questo “ragazzone in piena salute” ha inoltre un invidiabile indebitamento di poco meno di 3 miliardi e mezzo di euro; si dirà: ma è una azienda così grande, avrà un patrimonio di molto superiore, che possa fare da garanzia. Invece no: il patrimonio netto di A2A non arriva a coprire il pesante debito [09Sintesi_T01]. Però, si dirà, sarà così efficiente da produrre utili tanto ingenti da rassicurare creditori, milanesi e bresciani. Peccato che A2A abbia chiuso il bilancio consolidato 2014 in perdita: di ben 37 milioni. Si dirà: è un periodo di crisi per tutti, basterà nei prossimi anni dare meno dividendi agli azionisti e concentrare tutti gli utili al ripianamento dell'indebitamento. Ohibò, invece il piano strategico del prossimo quinquennio (2015-2019) prevede non solo di ridurre parte del debito, ma nello stesso tempo di raddoppiare i dividendi [10PianoIndustriale]. Ottimisti a progetto. E, sorpresina, persino nel 2014 in cui il bilancio è in rosso si sono dati dividendi per più di 100 milioni di euro: come si vede dai dati, a fronte dei bilanci degli ultimi anni, sempre più tragicamente risicati, i dividendi non mancano mai e sembrano del tutto svincolati dai risultati annuali [11Dividendi&Utili].

Eh sì, una azienda quotata in borsa deve prima di tutto tenere buoni gli investitori e gli azionisti, non dare un buon servizio, non assicurare un diritto ai cittadini. Deve vendere, vendere, vendere servizi. Non solo: deve di continuo “rilanciare” facendo fusioni e mangiandosi altri soggetti (come LGH) poiché le girandole di aggregazioni permettono di nascondere o alla mala parata dare un puntello di giustificazione a una situazione economico-finanziaria non certo brillante, in modo che nessuno si faccia venire il sospetto che si tratti di un castello di carte traballante. E qualunque azienda “acquistata” verrà spremuta come un limone perché ciò che interessa è sempre e solo produrre utili e tappare i debiti.

Ci sono due altre ragioni apparentemente sensate che vengono messe sul tavolo da chi propone la vendita del pacchetto di controllo di LGH ad A2A: la prima è che oggi occorre “essere grossi” perché solo così si è in grado di competere in campo internazionale per acquisire appalti in Asia, in Africa, su Marte. Ma non stiamo parlando dell'azienda che deve trattare i rifiuti e l'energia elettrica di casa nostra?

La seconda ragione è in parte una conseguenza di questa prima: ci sono dei “tecnici” (molto improvvisati) che ogni due minuti pronunciano le parole magiche “economie di scala”. Bene: studi ormai largamente diffusi mostrano che al di sopra di un certo (spesso limitato) territorio l'economia di scala o non ha più alcun effetto o addirittura peggiora le “performance” aziendali; ciò ad esempio vale proprio per uno dei servizi fondamentali di cui si discute, quello ambientale (gestione rifiuti): gli studi dimostrano che addirittura le dimensioni ottimali per la raccolta dei rifiuti sono del tutto differenti da quelle del trattamento o dello smaltimento dei rifiuti. Economie di scala differenti all'interno persino di uno stesso servizio. E invece in Italia c'è ancora chi pensa che la formula del futuro per i servizi essenziali da portare nelle nostre case siano aziende grandi quanto mezza Italia che gestiscano contemporaneamente venti servizi diversi. La realtà è molto più banale: è che chi ha investito in questi colossi ha bisogno di eliminare ogni possibile alternativa e concorrenza e l'unico modo sicuro è creare pochi soggetti enormi che vivono spremendo allegramente i cittadini sfruttando la sontuosa rendita di posizione data da un monopolio naturale.

Tuttavia questo non è un percorso né segnato né naturale e può essere interrotto salvando i servizi fondamentali e il patrimonio dei cittadini invece che svenderli. Basta volerlo fare.

Cremona, 21 ottobre 2015

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